mercoledì 13 aprile 2016

Obiettivo scrivere: racconto stonato

Amo le donne che hanno quei profumi che, quando passano, restano lì, imprigionati nell'aria.
Che tu hai la fortuna di poterli sentire, e ne godi come e quanto più ti piace.

Non sono mai donne facili, sono donne misteriose e affusolate, donne con aggettivi che volgono all'indefinitezza.

Io non c'entro nulla con loro, mio malgrado.
Sono tante cose, ma non così.
Non so come si faccia ad essere così, ambisco a quello stato, ma è qualcosa di lontano.

Non sono stata abituata a quello stato lì.
Mia madre, l'esempio, il canone, lo specchio, a 40 anni ne dimostrava 50 portati male, e nelle foto della me bambina, appariva già sciatta.
"Le cose importanti sono altre" risposta ad ogni domanda che comportasse una risposta volta a far emergere l'apparenza.
Io sono nata, cresciuta e vissuta così.
E non sono stata felice.

Pausa.
Respiro tranquillo.
Nessun sospiro enfatico.
Nessuna malinconia di fondo.
Una presa visione diretta e chiara.


Ma dopotutto, la felicità, quell'immensa missione così chiamata, che smuove i mari, fa perdere la testa alle fanciulle, e fa correre rischi immani ai cavalieri... che cos'è?
Prendi Google, pigi tasti che formano il concetto per eccellenza, la meta ed il fine di ogni viaggio, e vieni sommerso dalla retorica senza fine di filosofi e poeti, cadi nella banalità consunta di frasi fatte, o fai i conti con narrazioni così alte, che il nano che sei può solo sognare di comprendere.
Ricordo di aver pensato che la felicità è un talento, una capacità speciale, qualcosa che non tutti sono destinati ad avere, qualcosa che molti vivono solo per intercessione altrui.
Come il canto, o la recitazione.

Il dito contorto dentro una ciocca castana, la smorfia beffarda di chi cerca di prendere a calci la luna.
Le offro un vassoio di possibilità, sceglie la brocca dell'acqua e ci immerge mezzo limone.



Mio padre lavorava la terra di qualcun altro.
Veniva a casa la sera tardi, dopo aver annaffiato i boccioli della signora, e beveva un bicchiere di rosso corposo prima ancora di averci salutate.
I suoi saluti sapevano d'uva marcia.
Mamma preparava la minestra, mentre spiluccavamo il formaggio grasso che aveva già impregnato la cucina della sua muffa, lei aveva preso il tè con la signora Monichetti, la vedova della casa padronale alla quale faceva da dama di compagnia, e alle 10 iniziava il turno di notte al ricovero, quindi non aveva tempo.
Non eravamo una famiglia ricca, ma non c'è mai mancato il pane, e nemmeno il caldo tra le mura.
Avevo 7 anni quando mio fratello se n'era andato in America coi nostri cugini, quando ne avevo 16 tornò a trovarci con moglie e figlio.
Portò una pelliccia a nostra madre ed un fucile pregiato a papà.
La prima non l'ho mai più vista, il secondo fu il regalo di nozze per il figlio della Monichetti.

Beve un sorso d'acqua inacidita.
L'accento del sud si sposa bene con l'abito dimesso, che ne fa una figuretta stereotipata e fuori tempo.

Io ricevetti un invito.
Stare con mio fratello e mia cognata in Colorado.
Rifiutai.

Le brilla una lacrima nell'occhio fulvo.
Verso una cioccolata ancora fumante, e la lascio nella mug di fronte a lei.


Avevo paura di diventare davvero una di quelle donne indecifrabili, dal profumo che persiste nella testa e si respira nell'aria.
Quando declinai, i miei genitori non dissero nulla, io lo presi come un cenno di accordo con la mia posizione, e pensai di aver fatto bene.

Le dignitose lacrime scendono mute ed invadenti.
Solcano rughe troppo profonde sulla pelle macchiata.


È sciocco dopo 25 anni piangere per un mancato trasferimento.
Molto sciocco piangere per qualcosa al quale porre rimedio.

Frenano le lacrime redarguite.
La tazza ignorata giace inerme col suo azteco contenuto, mentre, nel bicchiere accanto, il limone intorpidisce la poca acqua rimasta.


Ho fatto la mia vita.
Ho studiato anche, non tanto si intende, ma per la figlia di portinai-tuttofare, finire la scuola magistrale era un traguardo ragguardevole.
Finite le scuole ho preso il posto di mia madre al ricovero.
Non mi dispiaceva, sebbene ancora oggi pensi ad esso come all'anticamera della morte.
Poi conobbi un giovanotto, trasferito dalla città per una supplenza venne nel paese ad insegnare a quei 4 somari delle scuole medie.
Ci sposammo dopo 4 anni.
Un fidanzamento a distanza, con lui che copriva ore vacanti a destra e a manca, prima di finire in una scuola di periferia in una cattedra di ruolo.
Mi trasferii nelle tre stanze che sua madre ci fece ereditare, mentre se ne andava a stare dall'altro figlio sul lago.
Dai miei andiamo un fine settimana ogni due, con i bambini e loro padre.
Ne abbiamo avuti tre, due son gemelli.
Tutti maschi.
Mio marito è un brav'uomo, non ci fa mancare nulla.
Mi ha fatta entrare alla scuola materna come cuoca, arrotondo bene e siamo sereni.
Lui non è l'uomo della mia vita, i miei figli non sono ne particolarmente intelligenti ne belli né simpatici, ma stiamo tutti in salute, e per questo si ringrazia Dio.

La mia vita non ha colore, ma il grigio che rimanda sa rassicurarmi quanto basta.

Vedo i suoi occhi posarsi sul cioccolato, sorride a se stessa mentre mi osserva.
Prende un altro sorso d'acqua e fa una smorfia mentre la invade il limone.



Lo specchio di mia madre è il mio stesso specchio: ho un viso malnutrito dal graffio arcuato del tempo, e l'insoddisfazione di aver vissuto metà vita a rimpiangere nemmeno io so cosa, lo rende flaccido e troppo maturo. Ho dieci anni meno di quanti ne dimostro.

E ringrazio il destino di non aver avuto figlie femmine che possano chiedermi ragione della mia trascuratezza...

Non so perché sono qui dottoressa.
Forse è arrivato il momento di prendermi cura delle mie ferite; forse sono arrivata a toccare il fondo; forse ho davvero paura che se non ora, davvero mai più... ma dottoressa, io vorrei...



Tituba.
Mi guarda con occhi imploranti, ed il labbro finisce di tremare dentro il viso attonito.
Vorrebbe dire, ma la voce le si strozza vigliacca.
Le porgo uno sguardo incoraggiante, con la testa la invoglio, faccio l'errore consapevole di forzare con tutta la delicatezza della quale sono capace...




Dottoressa.
Vorrei essere felice.
Si può essere felici?



La guardo cercando di portarle fuori un po' del grosso dolore che ha dentro.
Le sue domande bruciano cattive, e legittime.
Il suo viaggio mentale pare fermo, appeso ad un mio responso, freddo ed immobile sulle mie mani, come se almeno esse potessero dire...

Mi allungo sul bricco della cioccolata, e me ne verso una per me...
"Scusi, sa, ma ho bisogno io di questa adesso..."

39 commenti:

  1. LACRIMO
    SALUTO
    E
    TI RINGRAZIO
    baci amicadolce

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    1. bella sei KIKKA, ed io ringrazio te

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  2. splendido brano: tenero, profondo, raffinato e ironico!!!

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    1. mi spiazza tu abbia colto ironia LUIGI, non perché non ci sia, ma perché era abbastanza celata da passare inosservata

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  3. Non ho parole, Patalice. Solo tanta emozione e commozione!
    Un grandissimo bacio

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    1. che ti abbia suscitato la forza della commozione PATRICIA, è una cosa che non può che rendermi fiera

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  4. davvero toccante, complimenti.
    direi "racconto armonico"
    :)

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    1. concordo S sul fatto che possegga una sua armonia che sa vivere di vita sua

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  5. Me lo sono praticamente "mangiato" :) Brava!

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    1. NHIVIEN mi auguro avesse un buon sapore

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  6. Bellissimo, intenso, arguto, insomma mi piace molto.
    Sei bravissima, davvero :)

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    1. così tanto onore in un commento solo PATRIZIA? non posso che ringraziarti tanto!

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    1. forse è bello proprio perché spiazza PASTICCITERRY, no?

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  8. ma cos'è un puzzle di opere future?

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    1. un puzzle si, che poi sia di opere future FRACATZ non lo so nemmeno io

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  9. Complimenti, hai un grande talento per la scrittura! Molto bello!❤😊

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    1. il mio sogno VANESSA, sarebbe vivere d'essa!

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  10. Ti ho scritto due volte precedentemente, solo commenti acidi. Quindi mi scuso e ti faccio i complimenti per questo racconto.
    Stefania

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    1. non leggo commenti acidi STEFANIA, ma non credo in reazioni solo positive, quindi avrei letto volentieri un tuo sincero opinare

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  11. Scrivi bene. Fluida. Semplice. Diretta.
    Vai avanti.
    Voglio leggere il seguito!

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    1. non so se ci sarà un seguito KTML, perché ho azzardato sulla felicità, e porre risposta alla domanda sul suo ritrovamento non è semplice

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    1. è questo che la rende così stratosfericamente splendida, direi, pata....

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  13. great post
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    1. MIHARU I don't know, how you understand, but thank

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  14. Intenso, a tratti doloroso. Bello mi è piaciuto molto, brava.

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    1. doloroso si ROBERTA, perché quando si ha a che fare col rimpianto non può che esserlo

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    1. mi fa piacere PAMI che abbia meritato un "issimo "

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  16. Bellissimo racconto, mi ha riportato alla mente il ricordo di un paio di persone che ho incontrato sul mio cammino, per un tragitto molto breve a dire il vero, e che mi hanno raccontato un pezzetto della loro vita, un misto tra rassegnazione, rimpianti e un improvviso desiderio di ribellione. Che la felicità possa essere un talento, proprio non l'avevo mai preso in considerazione. C'è da riflettere. Brava, complimenti (Y)

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    1. io non so se la pensò davvero così MARIAGRAZIA, ma so che è un paragone, una figura, un dettaglio che mi porto dietro da molto tempo

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Sappiate che vi leggerò.
Non sarò sempre d'accordo con voi, battibeccheremo come galline in un pollaio!
...ah, non chiedetemi di seguirvi, non lo faccio se non mi convincete davvero, sono una FOTTUTISSIMA SNOB!