mercoledì 16 marzo 2016

nient'altro che noi

una delle domande più frequenti fatte ai bambini è "Cosa vuoi fare/diventare da grande?" 
...ora, so che il bagaglio linguistico dei piccoli, non è così vario e variegato, rispetto a quello degli adulti, tuttavia, mi pare che la partenza lessicale sia profondamente ingiusta, a tratti disdicevole!

Perché non chiedere "Quale professione vuoi fare?", piuttosto, non penso proprio sarebbe uno smacco alla limitazione, e nemmeno reputo potrebbe mettere in difficoltà i cuccioli di umano interrogati.

Mi indispone che, fin da piccoli, ci si debba raffrontare con il mondo, passando per il lavoro che si sceglie; anche perché è una cosa retrograda, che però ci trasciniamo dietro per mooooolto mooooolto tempo!

Ancora oggi, a trent'anni suonati, sento le persone indicizzate secondo la mansione svolta, più che per altri elementi distintivi... 

...e siccome sono cagna e polemica since the 1985, la cosa mi indispone alquanto, perché è chiaro che nella vita non tutti abbiano avuto la possibilità di svolgere la professione dei sogni, ed è altrettanto chiaro che, queste stesse persone, potrebbero essersi sentite risolte inseguendo i loro sogni in altri modi.

Io lavoro dietro il banco della reception dell'azienda dei miei genitori. 
E' una realtà gaudente, che mi ha fatto scoprire persone che oggi sono famiglia, ed altre che non stento a considerare amici veri; è un ambiente che tutti i giorni sa darmi qualcosa, che sia uno spunto di riflessione, o l'aneddoto divertente con cui parlare con Brivido a cena, o l'incazzatura che mi tiene sveglia a leggere Harry Potter tutta notte.

...però non sono io...

Mi spiacerebbe essere la [Pat]Alice della palestra, punto e basta.
Cioè, essere identificata così... stride tantissimo con chi sono sul serio, eppure so, e lo so proprio benissimo, che per molte persone io sono "quella lì", e non c'è cattiveria o voglia di sminuirmi o di limitare chi sono, è un dato di fatto punto e stop.

Chi vorrebbe limitarsi ad essere qualcosa che non sente appartenergli particolarmente?

Viene da chiedersi: ci sentiamo il lavoro che facciamo?

E, allargando un po' di più, siamo ciò che la società, istituzionalmente, ci richiede di essere?

E, volendo entrare nella dimensione rapportuale, capita che gli altri ci vedano come non ci piace essere classificati?
 
Ma, cosa più importante di tutte, ci sta bene che così sia?

Le mie risposte:
No, assolutissimamente e definitivamentissimamente no.
Meno di quanto potrei essere... ma bastevolmente in linea.
Di frequente. un po' a causa delle mie stesse scelte, un po' perché la gente parla senza conoscere.
Certo che no, ma invece di lamentarmi per questo, cerco di ritagliarmi un'identità sempre più forte e definita... o almeno ci provo!


46 commenti:

  1. Ciao,credo che la domanda più cretina da rivolgere ad un bambino sia cosa vuoi fare da grande.
    Tranne Mozart,che in età di scuola materna,gia componeva e pochi altri eletti certamente pochi sanno cosa faranno o vorebbero fare da adulti,anche perché vedo molti cresciutelli oltre il tempo massimo ancora intenti a cercare la loro strada.
    Io da piccolo volevo fare lo spazzino,perche affascinato dai primi furgoni svuota bottini,fortunatamente con l'età ho cambiato idea,ma ho combattuto per poter svolgere la professione che mi entusiasmava (creativo pubblicitario).Non tutti purtroppo possono scegliere ma tutti,almeno dovrebbero provarci.Svolgere un lavoro poco amato deve essere una tragedia che dura tutta la vita,o quasi.
    Ciao,fulvio

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    1. ...credo proprio tutt'a FULVIO, perché anche quando vai in pensione, o forse specialmente quando lo fai, grava su di te ciò che avresti voluto o potuto...

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  2. Ciao Alice sono sostanzialmente d'accordo con te!Si' è vero si viene inquadrati in base al lavoro svolto,che spesso "non è il nostro" Ma sinceramente guarda:di come mi vedono,di come mi definiscono gli altri non me ne puo' fregare di meno!
    Per me il discorso finisce qui! Bacioni ma tu scrivi quel benedetto libro!

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    1. e sei così perentoria RITAB, che...

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  3. Purtroppo si tende sempre a incasellare chiunque costantemente dimenticandosi delle migliaia di sfumature da cui siamo composti. Siamo sempre ben altro e ben oltre rispetto a uno sguardo distratto.

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    1. è più semplice ridurre MARE, giudicare l'apparenza, vanificare lo sforzo altrui per costruirsi... forse, a ben pensarci, nasce da questo la mia antipatia per la gente "acqua e sapone"

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  4. Ho la fortuna di fare il lavoro che ho sempre sognato ma non l'ho mai visto come una sorta di "etichetta" da portarmi addosso... Forse anche per questo, quando mi chiedono cosa faccio nella vita, non rispondo mai "faccio la giornalista" ma sempre "sono una giornalista" perchè è un qualcosa che sento dentro, che sento mio. Detto questo, nessuno andrebbe giudicato o classificato in base alla professione. Come dici giustamente tu, esistono troppe sfumature! Ti bacio!!

    The Princess Vanilla

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    1. se una persona arriva al crocevia tra ciò che è e ciò che fa, che ne esca vincente come te PRINCESSVANILLA, è una cosa pazzescamente bella

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  5. siamo stati, più o meno, tutti educati così, cresciuti nel vecchio e quasi dimenticato boom economico dove valeva tantissimo cosa si era (inteso come professione) e cosa si guadagnava (in termini ovviamente di denaro)
    si parlava di status symbol: vestiti fighi e firmati, vacanze fighe e firmate, lavoro figo, stipendio figo era tutto "un cosa ho e poco un cosa sono"
    quindi,sulla base di questo, per molti, ma non per tutti (evviva!!!) è abbastanza facile e normale etichettare le persone sulla base di queste e altre, innovative (detto in tono ironico) categorie.
    detto questo io sono una donna ho studiato quello che ho scelto io, in disaccordo con quelle che erano le scelte dei miei genitori, ho fatto lavori che mi sono piaciuti e che peraltro mi hanno permesso di pagarmi l'universita (sempre in disaccordo coi i miei genitori che volevano mantenermi), e poi ad un certo punto, 20 anni fa, ho scelto un lavoro che mi piace e mi permette di fare le cose che voglio: realizzare i miei sogni/desideri
    ora cara pat(alice) è indubbio che gli altri mi etichettino, probabilmente sia per il mio lavoro, sia per come mi vesto, per il colore dei miei capelli, per come educo mio figlio (su questo ci sarebbe da scrivere mille libri e mille post perchè c'è sempre qualcuno che sale in cattedra per dirti che tu sei peggio), perchè fumo, perchè bevo, perchè dico le parolacce, perchè salto le pause pranzo per arrivare trafelata, e in ritardo a prendere figlio a scuola, o perchè non guido e non ho intenzione di guidare o perchè ho sempre le cuffiette nelle orecchie e per strada non sento nulla e nessuno, o forse avrebbero da ridire perchè oggi ho la gonna gialla o perchè ieri avevo le scarpe col mega fiocco, o perchè i leggins di ecopelle nò proprio nò (m’è stato detto che non sono da mamma ma da panterona ,stai ridendo vero?) e poco mi importa sai perchè? io e le mie diecimila sfumature stiamo bene così e non fastidiamo proprio a nessuno.
    viva la vita
    enjoy

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    1. ah quasi dimenticavo da piccola volevo essere wonder woman, e ora sono wonderkikka!
      (ahahahahahah)

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    2. amo l'energia che sprigioni WONDERKIKKA, perché sei come il Reth di Rossella, e francamente te ne infischi! il canonico è una scrollata di spalle alla quale accodi mille cose bellamente imprecise ed imperfette, che ti appartengono certo, ma che non sono te. che chi sei non lo definisce [solo] un mestiere o il guardaroba... bello vivo e bello vero

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  6. In un periodo un po' "zen" andavo dicendo a dei "milanesiarchitetti" che il lavoro mi serviva solo per poter pagare i miei sfizi, e onestamente vale ancora adesso, la mia vita ,io, sono quella fuori di qui! Per loro questa cosa era allucinante perché ufficialmente sono imprenditrice ma non sanno che lo sono per caso e per far piacere a mio padre e non mi lamento,ma la storia vera di come sono andate alcune cose e perché sono qui non la sa nessuno ma io resto Manuela della Vxxxxtex!

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    1. mio padre MANU mi ha detto una cosa una volta, tempo fa: devi scegliere. puoi fare il lavoro che ti piace e ti appaga; o fare ciò che ti permette di vivere facendo ciò che ti piace fare... io ancora sono in un limbo, ma ne uscirò...

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  7. in quale film qualcuno chiedeva "chi sei?" la persona rispondeva parlando del lavoro che faceva e l'altro replicava "ti ho chiesto chi sei, non che cosa fai!". Ecco, non siamo – solo – quello che facciamo, siamo anche questo, ma molto di più. Qui credo semplicemente che il linguaggio sia un limite, e che la categoria dell'essere sia così ampia da risultare indicibile. Si può solo dimostrare, "essendo" :)

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    1. si ecco MIKY, questo mi piace, mi piace molto: possiamo dimostrare chi siamo solo essendolo! fantasticoso

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  8. ci pensavo anche io tempo fa: nelle conversazioni la prima cosa che ti chiedono dopo il nome è "cosa fai". non sarebbe tremila volte meglio chiedere "cosa ti piace?". forse una volta quello che facevi era anche la tua passione e le due cose coincidevano, ma in questi tempi marci essere etichettati per il lavoro che facciamo (spesso solo per necessità e non per passione) è del tutto insensato. e anche anacronistico direi...
    http://www.audreyinwonderland.it/

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    1. è verissimo... e chi al momento non ha lavoro? immaginate le possibili inifinità di etichettamenti...

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    2. AMRITA FABYAPOIS le vostre obiezioni non sono contestabili... se non per un'accezione che non mi piace: tempi marci. perché marci? perché più difficoltosi? perché meno scontatamente pronti ad offrirci ciò che vorremmo? e perché invece non definirli tempi possibilisti, aperti a chi ha la forza di andare oltre un aut aut mentale e sociale ormai radicato?

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  9. Oh Pata, che tasto dolente...io sono avvocato ma non mi ci sento. E sto tentando di realizzare un sogno, superare un concorso particolarmente impegnativo. Ma continuo a chiedermi chi sono, che farò se non lo passerò, come posso cambiare dopo una vita passata a pensarmi avvocato (lo dicevo già da piccola) e l'amara sorpresa di averne per le balle di fare questo mestiere? Uff..mi sento intrappolata.

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    1. che belle le trappole CARAMALU... no, non sto sminuendo la portata evidente del tuo dispiacere, è che solo se ci sentiamo veramente con le spalle al muro, ci viene poi voglia di scappare, ed è lì che inizia il bello! non so se il tuo sogno si realizzerà, so che il fatto di non sentirti realizzata, sarà la molla che ti spronerà al migliorare te stessa.

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  10. Siamo quello che siamo, fare un determinato lavoro non significa essere in un certo modo, il problema è che la gente non si fa mai i fatti loro e a volte sono invidiose o semplicemente superficiali..

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    1. ma guarda PIETRO, non condanno la superficialità di veduta in se e per se, anche perché non sarebbe nemmeno del tutto sano approfondire ogni persona... quello che mi lascia contrariata, lo ammetto, è notare di cosa è fatto il giudizio altrui... alle volte è triste ed amara scoperta

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  11. Succede sempre. C'è sempre qualcuno che ci vede per quello che facciamo e non per quello che siamo. Andiamo avanti. Qualcuno disposto a guardarci tra le righe ci sarà, ci sarà sempre!

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    1. mi piace chi ha guardato tra le mie righe LOLA, e sono tanto presuntuosa da pensare che per lui o lei, ne sia valsa la pena

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  12. a lavoro è impossibile essere se stessi, a meno che tu non sia il titolare e non te ne importi degli altri. A lavoro sono anche me stessa, in parte, quella migliore lo sono fuori quando non devo essere condizionata da fattori non dipendenti dalla sottoscritta.
    Sono anche la commessa di un negozio di fotografie, ma anche la persona allegra e spensierata che ride a crepapelle o quella triste perché qualcosa non va. Certo che in negozio la mia vita privata e i miei problemi restano fuori dalla porta, quindi non posso essere la vera me stessa....

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    1. non portare la propria vita al lavoro CRI, non è peculiarità solo del dipendente, ma anche, se non in particolar modo, del proprietario. non amo generalizzare, come avrai notato dal post, ma la visione a senso unico che si ha di chi governa un'azienda o un'attività, non ha la giusta oggettività che merita, credimi

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  13. Pure Nolan ci ha detto che alla fin fine non è ciò che sei, ma ciò che fai che ti qualifica. E vabbè. Preso atto di ciò, io dico che a volte sono ciò che sono e altre ciò che faccio. Insomma una mezza verità. E tremo all'idea del giorno in cui, perché lo farò, porrò ai miei figli la fatidica domanda...

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    1. lo fanno tutti, genitori e congiunti VALENTINA, è inevitabile, ma non per forza sbagliato... la cosa importante è non avere una madre come la mia: ho sempre detto di voler fare il medico, e quando proprio non ho preso in considerazione nemmeno un corollario, l'ho traumatizzata

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  14. Sinceramente, io credo che invece sia una bella domanda da fare a un bambino. Il problema è che da 'adulti' che siamo, quella domanda la inquadriamo automaticamente con il lavoro ma... La domanda, in realtà, è generica. Che cosa vuoi fare da grande? Il bambino non elabora le domande come lo potrebbe fare un adulto perché non ha il background di un adulto. Per lui, quella domanda, è ingenua e aperta a mille possibili risposte. Ai miei tempi le risposte aquella domanda erano - per noi maschietti - o il cowboy o l'astronauta (che fantasia, eh?). E' evidente che quelle risposte vanno interpretate ad ampio spettro, il cowboy è un eroe che gira libero per i deserti, senza vincoli od obblighi se non la propria morale, e l'astronauta è un esploratore puro, visto che ormai lo spazio - ma anche i fondali marini, ma è un'altra storia - è l'unica frontiera ancora da esplorare veramente. E persino il cowboy, ai tempi del western, era un esploratore... Per cui la risposta ci mostra la voglia di conoscere che avevamo da bambini, la voglia di scoprire nuovi luoghi, nuove cose, di fare esperienze.
    Ecco perché è una bella domanda da fare.

    Mentre una domanda scema è "Vuoi bene più alla mamma o al papà?". Qui si potrebbero creare dei problemi psicologici gravi, dei cortocircuiti non piacevoli :-)

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    1. sull'ultima domanda non mi esprimo, ho sentito solo una persona porla al figlio a seguito di un divorzio, alla disperata ricerca materna di un consenso che, per altro GLAUCO, manco è arrivato!
      comunque, io non penso tu sbagli, ma non credo tu abbia ragionato nella mia stessa direzione: il sentimento del bambino è di rispondere con i propri mezzi ad un interrogativo, che è a tutti gli effetti, una domanda volta sull'inquadramento futuro, perché per quanto le risposte sappiano stupire con l'originalità, delineano comunque la caratterizzazione della persona all'interno di limite. Il che non è per forza di cosa un difetto, ma lo trovò un tantino ingiusto lo stesso.

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  15. Da piccola, alla fatidica domanda, rispondevo che avrei voluto fare la ballerina, la suora o la maestra :) In effetti per qualche anno sono riuscita ad esercitare quest'ultima professione (ho sempre adorato i bambini), ma poi per tutta una serie di circostanze mi sono ritrovata a fare tutt'altro e di assolutamente inaspettato ed imprevedibile.
    ...e mi ci son trovata bene!

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    1. strano che qualcuno abbandoni l'insegnamento, sai che non ho mai sentito di nessuno che lo facesse SONTYNA? posso chiederti una cosa? ti sei messa ad inseguire un sogno?

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  16. dai, abbiamo una cosa in comune: pure io lavoro nell'azienda della mia famiglia, e mi trovo molto bene. questo fa sì che il lavoro per me non sia una realtà estraniante, come per molti altri... poi beh, ovviamente l'essenza profonda, i sogni, sono un'altra cosa ed effettivamente i bambini ci pensano da soli a correggere la fuorviante associazione lavoro-personalità: loro rispondono dando voce proprio ai sogni, e non con le aspirazioni pratiche a cui ci si adatta nel crescere ;)

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    1. ...in effetti TIZI le aspirazioni non sono la stessa cosa delle aspettative, e questa cosa la impariamo crescendo, con la disillusione di ciò che ci viene fatto vivere, e di quello che viviamo...

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  17. Io non ho mai avuto una risposta o un desiderio di un lavoro in particolare quando ero piccola, del resto adesso che sono grande sono anche senza lavoro... Ma che, non sarà mica un segno del destino???!! ^___^
    A parte le battute, me ne frego di quello che pensano gli altri di me sull'argomento lavoro, adesso vorrei trovare un lavoretto o lavorettino o anche un altro cavolo di stage e solo per la mia autostima >_<'

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    1. Effettivamente NILY il lavoro è imprescindibile dall'autostima, che si sente ringalluzzita quando un'occupazione c'è! faccio il tifo per te

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  18. "Ci sentiamo il lavoro che facciamo?" Nonono, oserei aggiungere per fortuna.

    "[...] capita che gli altri ci vedano come non ci piace essere classificati?" Fin troppo spesso, visto che appartengo ad una categoria (quella degli ingegneri) dagli altri giudicata sempre come a se stante. Se ci aggiungi che, in quanto donna, vengo considerata dagli altri ingegneri (ancora troppo spesso uomini) come una outlier...ti ho dato un'immagine della carriola di etichette che mi vedo attaccare addosso ogni giorno.

    "Ma, cosa più importante di tutte, ci sta bene che così sia?" Ovviamente no. Ma alle volte, Pata, non tutto può essere combattuto, soprattutto se così pervasivo, sottile e diffuso. Si può solo lottare, nel nostro piccolo e fortissimamente, per definire noi stessi in mille modi, come più ci aggrada. O non definirci affatto ;)

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    1. non sono tanto forte da pensare di poter eludere ogni etichetta NORA, per qualcuna c'è la necessità di esistere, e non lo nego; ma in linea di Massimo preferisco non mi venga attribuito ruolo che avvalli la mia posizione...

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  19. Agli occhi del mondo siamo solo l'etichetta che riporta scritto il nostro nome.

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    1. una triste, autentica, verità APPRENDISTANOCCHERO

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  20. Etichette,clichè...che si susseguono e che ci portiamo dietro.La riflessione secondo me potrebbe essere pure,riusciamo a convogliare il nostro essere in ciò che facciamo?Nel caso specifico nella nostra professione?Io cerco di mettere tutta me stessa nel mio lavoro che mi piace,e che rispecchia anche in parte gli studi fatti...per quanto poi nella mia vita sia arrivato in modo inaspettato e casuale se vogliamo.Penso che le persone riescano a vedere me,o almeno la maggior parte di me nel lavoro.E' un discorso assai complesso...e forse siamo noi stessi a darci delle etichette.
    Un bacio cara
    Ale
    http://alespinkfairytale.blogspot.it/

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    1. ALEPINK sicuramente si, noi stessi ci applichiamo etichette per poter evitare di perderci... è rassicurante diventare ciò che speravamo di essere, interpretando ci come vita vera

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  21. Alla tua domanda "siamo ciò che la società, istituzionalmente, ci richiede di essere?" rispondo: assolutamente NO!
    Ho fatto la scelta radicale di mollare tutto per seguire mio marito in giro per il mondo, oggi ho due figli e fino a poco fa facevo la mamma expat ed ho subito tante critiche sia per la mia scelta di mollare tutto, sia sulla mia scelta di vivere in un paese molto difficile, sia perché sono felice di fare la mamma fuori dall'Italia. Oggi non sono solo mamma, ho tanti progetti in mano e si sta avverando un qualcosa che nemmeno mi immaginavo. Mi piace quello che faccio, sono orgogliosa di aver avuto la forza di andare contro a tutto e tutti per seguire la mia volontà e soprattutto sono felice di aver avuto l'opportunità di reinventarmi.
    Però io ai miei figli non chiedo mai che cosa farai da grande, la trovo una domanda così inutile!

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    1. ...penso per altro MAMMEDESERTO, a questa domanda vogliamo rispondere loro stessi, in piena autonomia, senza grazie e senza spiegazioni...
      comunque le scelte controcorrente le paghiamo, in un modo o in un altro ce le fanno pagare.
      tuttavia, la coerenza di portare avanti la propria veridicità paga sempre!

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  22. Riflessione che sottoscrivo completamente!

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    1. Mi fa piacere tu ti sia trovata nelle mie parole SIANNALYN

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Sappiate che vi leggerò.
Non sarò sempre d'accordo con voi, battibeccheremo come galline in un pollaio!
...ah, non chiedetemi di seguirvi, non lo faccio se non mi convincete davvero, sono una FOTTUTISSIMA SNOB!